Cenni storici sul Vitigno Nero d’Avola

Cenni storici sul Vitigno Nero d’Avola (tratto dalla NDA Guida al Nero d’Avola 2018 – 2019)

Il vitigno Nero d’Avola è riconosciuto come sinonimo del Calabrese nero, per la regione Sicilia, e tale sinonimo probabilmente si riferisce alla fama che avevano i vini calabresi.

Il vitigno, noto in Sicilia fin dal 1600, è conosciuto per la sua uva di qualità. Probabilmente il vitigno prende il nome dalla bellissima città di Avola con tanto interesse da parte degli abitanti a coltivare vigneti nel territorio, a dimostrarlo, un bando dato a Napoli il 24 aprile 1733 dal marchese d’Avola Diego Pignatelli Aragona Cortes, il quale preoccupato dell’aumento delle superfici vitate, a discapito della coltivazione della canna da zucchero, vieta a tutti coloro che nel suo Stato possedevano terre soggette all’acqua, “di farci vigne”. 

PIGNATELLI ARAGONA CORTÉS E MENDOZA, Diego. – Nacque a Madrid il 21 gennaio 1687, primogenito di Nicolò Pignatelli, barone di Caronia, e di Giovanna Pignatelli Aragona Cortés e Pimentel Mendoza, duchessa di Terranova e di Monteleone, principessa di Castelvetrano e di Noia.

Tale teoria può essere sostenuta fino ai nostri tempi ricordando alcuni detti popolari, tra cui il più bello: “mugghieri bedda e vigna a falcunara” (Trad: “Moglie bella e vigna in contrada Falconara) e ancora, contrade di Avola che si chiamano “A Vignazza” (trad: Terre da vigna).

Con la fillossera però tutto cambia, nel comune di Avola, la viticoltura viene sostituita quasi completamente dalla mandorlicoltura (pizzuta di Avola) e da agrumeti.

Alla fine dell’800 compaiono le prime origini del nome, da “calavrisi”, “calaulisi”, dove calea sta per uva (racina in siciliano) ed aulisi per Avola, e per questi è diventato Calabrese.

Si ipotizza ulteriormente che il vitigno sia stato importato dalla Grecia, e che sia da legare alla città e all’isola Greca di Calauria da cui il vitigno sarebbe stato importato, anche se tale teoria non è stata sufficientemente avvalorata.

Fin dall’inizio, i territori scelti per la coltivazione erano quelli di Pachino e Vittoria, che producevano vini molto richiesti dalla Francia. 

Infatti Il vino di Pachino, intorno al 1800, era molto richiesto dal Mezzogiorno della Francia (Gironda e Borgogna). A Pachino, il barone Rudinì, presso Marzamemi (Pachino), possedeva grandi vigneti (oltre 2.000 ettari), e uno stabilimento con vasche della capacità totale di 50.000 hl. 

Antonio Starabba, marchese di Rudinì, noto come di Rudinì o Rudinì, è stato un nobile, politico, prefetto e patriota italiano. Fu più volte ministro e fu presidente del Consiglio dei ministri italiano dal 6 febbraio 1891 al 15 maggio 1892 e dal 10 marzo 1896 al 29 giugno 1898

Da fine secolo scorso col nome di vino di “Pachino” s’intendeva il vino, da Nero d’Avola, prodotto in Noto, Avola e Pachino.

Altre note storiche ci parlano di questo vitigno: Cancila (2004) afferma: “A metà del Cinquecento la qualità di uva più diffusa in Sicilia appare comunque il Mantonico, mentre rari erano Moscatello, Guarnacca, Calabrese e Malvasia.” 

Cupani (1696) descrive un vitigno Calavrisi che il Sestini (1812) definisce “uva che produce ottima qualità di vino” e ritiene essere il Calabrese della Toscana che altro non è che una specie di Aleatico. 

Il Di Maria (1754) nell’elenco delle varietà coltivate in Sicilia, riporta il Calabrese. 

Il Nava (1802), descrivendo il vino Calabrese prodotto nel territorio di Siracusa, dice: “Il vero Calabrese si tira da due sorti di uva, una chiamata Calabrese la quale porta l’odore di viola, l’altra chiamata Vernaccia nera, e questa lo rende delicato.” 

Acerbi (1825) nel “Catalogo delle varietà di uve osservate nei contorni di Termini” descrive una varietà Calavrisi niuru: “Foglia quinquelobata con denti irregolari, cotonosa di un verde cupo. Acino bislungo, nero, di grossezza quasi uguale. Grappoli solitari. Gran quantità di cirri.” 

Mendola (1868) riporta nella Collezione un Nero d’Avola di Siracusa per vino ordinario e di consumo e un Calabrese o Calavrisi d’Avola che descrive come nero dolcissimo, più precoce degli altri Calabresi, che dà vini robusti e che considera appartenente, ma diverso al gruppo dei Niureddi. 

Il Di Rovasenda (1877) riporta nel Catalogo un Nero d’Avola, e diversi Calabresi fra cui il Calabrese o Calavrisi d’Avola. 

Alla fine dell’Ottocento, il Nero d’Avola si diffonde in tutte le provincie siciliane, anche se in alcuni comuni della provincia di Siracusa continua a rappresentare quasi l’unico vitigno coltivato. 

Così come evidenzia anche l’Annuario vinicolo d’Italia del 1961 in cui definisce il vitigno: “Il Nero d’Avola” è maggiormente diffuso e coltivato in provincia di Siracusa, dove occupa l’80% della superficie vitata.

È il vitigno più comunemente coltivato nei terreni ad altitudine compresa fra 0 e 200 metri sul livello del mare. Nella zona di Noto e Pachino la produzione di uva è di circa 481.000 quintali. In provincia di Ragusa occupa il 25% della superficie vitata, pari nel 1958 ad 11.668ha (Annuario di Statistica Agraria, 1960) con produzione di uva di circa 146.000 quintali. 

Nei Bollettini ampelografici vengono riportati sotto il nome Calabrese e Nero d’Avola molte accessioni, il che fa pensare si tratti di una popolazione di biotipi e che con il termine Calabrese si indicassero diverse varietà; ipotesi confermata da recenti studi molecolari (Carimi,2011). 

Oggi il Nero D’Avola rappresenta l’eccellenza dei vitigni in Sicilia, al punto tale che è stata creata una DOC SICILIA appositamente per racchiudere le produzioni di questo grande vitigno… a presto

Carmelo Sgandurra, autore della NDA Guida al Nero D’Avola

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